CAPITOLO QUARTO

Il comportamento non verbale nell'uomo



Introduzione
Il comportamento spaziale
Gesti
L'espressione del volto
L'espressione delle emozioni

Introduzione


L'aspetto più peculiare della vita umana è il suo carattere sociale. Per cui "lo studio dell'uomo è prevalentemente studio del suo comportamento sociale, cioè dei rapporti reciproci fra esseri umani" (Ricci-Bitti, Cortesi, 1977). Diversi sono stati gli approcci metodologici per lo studio del comportamento sociale umano: 1) il comportamento visto come disposizione individuale; 2) il comportamento come funzione dell'ambiente; 3) approccio di tipo interattivo.
Per quanto riguarda il primo punto, in questa prospettiva il comportamento umano è visto come l'epifenomeno di una dinamica interna alla persona, dinamica che d'altro canto segue leggi proprie: l'individuo è visto come fonte delle proprie azioni; è un sistema di avvenimenti e di tendenze che hanno origine in lui stesso: per cui sia i successi che gli insuccessi derivano direttamente dalla struttura delle sue disposizioni interne. E' un po' la concezione rinascimentale dell'uomo visto come "faber" del suo destino e delle sue azioni.
La tesi opposta, il secondo approccio, vede il comportamento come interamente determinato dall'ambiente in cui l'individuo opera, e determinato dai numerosi ruoli che un individuo si trova a interpretare. Per cui eventuali disadattamenti o devianze, comportamenti cioè non accettati anzi stigmatizzati dal gruppo sociale, sono visti come difetto dell'ambiente familiare e sociale, come deprivazione di esperienze positive che l'individuo non ha avuto l'opportunità di fare.
Il terzo schema di riferimento metodologico ha un'estrazione completamente diversa dai primi due. Mentre infatti questi ultimi modelli di studio del comportamento avevano come scopo il ricercare le cause che determinano il comportamento sociale umano, l'approccio interattivo si interessa soprattutto del contesto comunicativo in cui il comportamento avviene e delle regole che definiscono il funzionamento del comportamento in una situazione di interazione diadica o multipla. Quindi il comportamento è analizzato all'interno del contesto relazionale che ne permette la realizzazione e che nello stesso tempo lo rende significativo: parole, frasi, comportamenti diventano significativi in rapporto alla situazione in cui sono osservati e analizzati. L'attenzione degli studiosi di questa scuola è concentrata più sui rapporti che gli individui mettono in atto che sul comportamento degli individui presi singolarmente, tenendo però in considerazione le disposizioni individuali e il contesto comunicativo in cui avviene l'interazione. Particolare rilievo ha il comportamento verbale in quanto si pensa che le interazioni comunicative si svolgano principalmente attraverso questo canale.
Ci sembra molto interessante citare la posizione di sintesi che ha elaborato K. Lewin (1936) riguardo il comportamento sociale: ogni atto che un individuo compie è determinato in parte dalle condizioni interne dell'individuo stesso e in parte dalle caratteristiche dell'ambiente psicologico in cui l'individuo si trova. Per cui il comportamento è una funzione sia della persona che dell'ambiente.
Un'altra scuola che ha influenzato profondamente lo studio del comportamento sociale umano è l'etologia, o come la definiscono gli stessi etologi la "biologia del comportamento" (Lorenz, 1980). Attraverso il metodo dell'osservazione diretta e compilando un protocollo quotidiano dei comportamenti che un animale intatto, cioè non sottoposto ad apprendimento, esibisce in ambiente naturale, gli etologi sono stati in grado di mettere in evidenza che alcuni comportamenti sono di tipo innato cioè non appresi ma esibiti dall'animale perchè tipici della sua specie: il comportamento dipende dalle predisposizioni filogeneticamente ereditate e dall'adattamento all'ambiente. In altre parole, anche il comportamento innato fa parte del patrimonio genetico che si eredita, così come si può ereditare un qualsiasi carattere morfologico. Inoltre gli etologi hanno evidenziato che gli animali cosidetti "sociali" intrattengono, come gli uomini, una fitta rete di rapporti e che la comunicazione avviene attraverso canali sensoriali multipli: gli animali si servono di particolari segnali specie-specifici che sono capaci di modificare in qualche modo il futuro comportamento degli individui che appartengono alla stessa specie.
Le scoperte degli etologi hanno profondamente mutato l'ottica di studio della psicologia sociale. Prima degli anni '60 i ricercatori si limitavano ad analizzare aspetti non molto significativi dell'interazione sociale fra due individui, raccogliendo dati irrilevanti quali: chi cominciava prima l'interazione; chi parlava più a lungo; quanto erano durati gli incontri, ecc., e soprattutto l'oggetto di studio era la comunicazione verbale. Dopo le scoperte compiute dagli etologi, invece, si pervenne alla conclusione che gli uomini possiedono, accanto al canale verbale di comunicazione, un complesso sistema di segnali non verbali, vocali e gestuali che incidono fortemente sul significato di ogni atto linguistico emesso in una situazione di interazione diadica o multipla.
All'interno di una interazione diadica si possono avere dei comportamenti ricorrenti che sono: l'imitazione, il rinforzo, l'equilibrio.
Il fenomeno dell'imitazione si manifesta quando caratteristiche comportamentali del soggetto B vengono esibiti anche dal soggetto A. Tale fenomeno avviene soprattutto per la durata dell'espressione verbale, per l'uso dell'interruzione e dei silenzi, per il tipo di espressioni verbali usate, per i gesti, per le posture esibite, ecc. Si verifica con più probabilità quando il soggetto imitato appartiene o ostenta comportamenti tipici della classe sociale elevata. L'effetto del rinforzo si può manifestare, per esempio, nel corso di interviste, quando l'intervistatore approva in qualche modo un comportamento dell'intervistato, per cui quest'ultimo tenderà a riprodurre quel particolare comportamento con più intensità e frequenza. Per quanto riguarda il fenomeno dell'equilibrio della comunicazione, alcuni studiosi sostengono che, in quasi tutte le interazioni, gli interlocutori tendono ad arrivare ad un punto di equilibrio, che è il risultato dell'integrazione armonica di tutte le componenti che avvengono nel processo comunicativo.
La pragmatica della comunicazione è una impostazione teorica e metodologica che tenta una elaborazione esaustiva di tutti i fenomeni che scaturiscono in una interazione interpersonale (Watzlawik et al., 1967). Questa teoria considera l'individuo come il possessore di uno o più sistemi relazionali collegato con altri sistemi relazionali (posseduti da altri individui) che sono in diretto contatto l'uno con l'altro e che mutano col mutare o col diversificarsi di uno di essi (Parsons e Bales, 1952). L'individuo formerebbe quindi, insieme a tutti gli altri individui con i quali entra in contatto, un sistema di reti in collegamento che hanno la possibilità di dare e ricevere informazioni. Viene definita comunicazione proprio questo passaggio di informazioni, indipendentemente dal mezzo usato, vocale o gestuale, ecc., e indipendentemente dal fatto che gli individui ne abbiano o no coscienza. La pragmatica della comunicazione si occupa, in ultima analisi, degli effetti della comunicazione sul comportamento. A questo proposito è utile ricordare il concetto di circolarità della comunicazione: il processo comunicativo non è separabile in comunicazione da parte di un soggetto A e risposta o reazione alla comunicazione da parte del soggetto B; nella realtà avviene una sequenza ininterrotta di scambi comunicativi, che attraverso il feed-back passano il flusso comunicativo da un soggetto all'altro, in senso circolare. Anche una non risposta, nel caso in cui il partecipante ad una interazione non risponda alle domande che gli pone il suo interlocutore, può essere comunicativa. Haley (1967) sottolinea infatti l'inevitabilità della comunicazione, considerando che, una volta che si stabilisce una rete di interazioni, i membri che l'hanno creata non possono sottrarsi dall'essere comunicativi, che lo vogliano o no, che ne siano consapevoli o no. In situazioni di interazione linguistica, ogni soggetto che vi partecipa veicola diversi tipi di comportamento non verbale. Le caratteristiche principali di tale comportamento sono: i movimenti del corpo, del volto, degli arti; l'orientamento spaziale che i corpi degli interagenti assumono; le posture dei soggetti e particolari tratti sovrastrutturali del linguaggio che i linguisti chiamano "paralinguistici: l'intonazione della voce, accento, il ritmo dell'eloquio, le inflessioni che il soggetto imprime al parlato (Lyons, 1972). Per i ricercatori di psicologia sociale, ma anche di altre scienze, si sono aperti un nuovo campo di indagine e un nuovo livello di analisi: quello del comportamento spaziale dell'uomo, del movimento, della gestualità, dei mutamenti dello sguardo, dell'espressione del volto, dell'aspetto esteriore e quello dei fenomeni paralinguistici del discorso che abbiamo menzionato sopra. Argyle (1972) ha individuato tre aspetti della comunicazione non verbale nell'uomo, ognuno dei quali è dotato funzioni specifiche e ha diverse origini filogenetiche: a) comunicazione non-verbale usata per comunicare atteggiamenti interpersonali, stati emotivi e per controllare la situazione sociale immediata. Esempi di atteggiamenti interpersoanli sono: simpatia, antipatia, superiorità, inferiorità, postura del corpo, espressioni del volto, tono della voce, aspetto esteriore, ecc. Tutti questi tratti influenzano notevolmente la comunicazione verbale e integrano la comprensibilità del messaggio. Gli atteggiamenti interpersonali sono caratteristici della comunicazione umana e non si riscontrano fra gli animali. b) Comunicazione non-verbale che ha come funzione quella di integrare e sostenere la comunicazione verbale. Questo aspetto è presente solo nell'uomo in quanto è coordinato al linguaggio verbale. c) Comunicazione non verbale che ha lo scopo di sostituire il linguaggio verbale quando per particolari situazioni dovute a cause esterne (rumore, distanza che impedisce la comunicazione verbale) o interne agli interlocutori (deficienze nell'apparato uditivo) vengono usati dei linguaggi a segni.
Il tipo di approccio che Ekman e Friesen (1969; 1972) hanno usato nel campo della comunicazione non-verbale è di tipo globale: questi ricercatori hanno considerato non un solo aspetto del comportamento motorio, ma tutti gli aspetti nel loro complesso. Infatti, poichè le attività delle varie parti del corpo possono avere funzioni equivalenti o sostitutive, gli studi condotti su un solo tipo di attività fornirebbero un quadro incompleto di quanto avviene nella realtà comportamentale e comunicativa delle interazioni sociali. Inoltre questi due Autori si sono occupati dello sviluppo della metodologia più idonea per lo studio del comportamento non verbale, tenendo in considerazione: il singolo individuo con i suoi atteggiamenti, sentimenti, tratti della personalità; la comprensione dell'interazione sociale, della sua natura, delle condizioni e caratteristiche della comunicazione, delle impressioni che gli interagenti ne ricavano, dello stile e delle abilità interpersonali che si manifestano in questa interazione.
Cook (1971) individua i segnali coinvolti nella comunicazione non verbale, distinti in aspetti statici e aspetti dinamici. Argyle (1972) distingue invece 10 segnali. Nella figura 9 riportiamo la classificazione di questi due Autori.

Figura 9. La classificazione dei segnali della CNV di Cook e Argyle
(Ricci-Bitti e Cortesi, 1977).

Ricci-Bitti e Cortesi (1977) dividono i segnali non verbali in 6 raggruppamenti principali che sono: il comportamento spaziale; il comportamento motorio-gestuale; il comportamento mimico; il comportamento visivo; il complesso di segnali che costituiscono l'aspetto esteriore; l'insieme degli aspetti che accompagnano il comportamento verbale senza essere di natura strettamente verbale. Questa divisione in macrocategorie, permette agli Autori di collocare i segnali singoli e specifici in un ambito molto più vasto e più articolato, includendo anche le categorie già rilevate da altri sudiosi del comportamento non verbale.
Seguendo Ricci-Bitti e Cortesi, analizzeremo alcune delle categorie da loro individuate.

Il comportamento spaziale


L'uomo vive in un ambiente fisico con il quale è in continui rapporti di interscambio. La complessità di tali rapporti include la necessità di un approccio interdisciplinare delle discipline scientifiche e umane che analizzino l'ambiente per poter intervenire su esso migliorandolo. Le vie che gli studiosi seguono per analizzare l'ambiente sono molteplici: si può studiare il rapporto fra persona e spazio, per arrivare a definire il significato che un ambiente ha per un individuo o per un gruppo di individui, attraverso la percezione dell'ambiente da parte dell'individuo, attraverso i sentimenti e i valori personali che quest'ultimo esprime. Si possono studiare i rapporti di corrispondenza fra spazio e uomo dal punto di vista delle grosse agenzie che l'uomo ha creato, la famiglia, la società, e attraverso i valori che queste stesse detengono. Possono essere analizzati i rapporti fra qualità dello spazio che l'uomo ha a disposizione e qualità di vita, anche in relazione all'inquinamento, alla disponibilità di risorse, alla densità della popolazione. A proposito di quest'ultimo punto, degni di nota sono gli studi etologici sugli effetti patologici che il sovraffollamento produce negli animali: probabilmente è possibile che gli stessi risultati si ottengano studiando gli uomini che abitano nelle grandi megalopoli moderne. Studi etologici umani sostengono l'ipotesi che le condizioni di vita attuali dell'uomo siano inadeguate al suo stile di vita. Filogeneticamente l'uomo è adatto a modelli di vita in piccoli gruppi con interazioni limitate e meno intense, rispetto a quelle che si verificano attualmente nelle grandi città. Un punto di vista molto interessante sullo spazio e sul comportamento umano ce lo fornisce Hall (1966) con la "prossemica". Questa teoria, che rientra nel campo degli studi antropologici, ha come oggetto di studio l'uso dello spazio personale e sociale e la percezione dello stesso da parte dell'uomo. Hall ha studiato il comportamento prossemico in diverse culture; egli ha individuato, per gli Americani, quattro diverse distanze o zone utilizzate per l'interazione sociale: intima, personale, sociale e pubblica. Ogni zona di interazione ha una fase di vicinanza e una di lontananza e questo ricercatore mette in evidenza che le diverse modalità della comunicazione umana (cinestetica, olfattiva, visiva, orale, uditiva) sono usate in modo diverso per le diverse zone. Egli distingue inoltre tre tipi di organizzazione spaziale: spazio preordinato (con limiti fissi, visibili e invisibili quali linee di confine, ordinamenti architettonici delle città, divisione degli spazi abitativi); spazio semideterminato (ordinamento di oggetti mobili); spazio informale (distanza mantenuta negli incontri con gli altri).
Le ricerche di psicologia sperimentale di Sommer (1967) si sono indirizzate invece sulla disposizione spaziale che le persone assumono in relazione alla natura dei loro rapporti interpersonali. Questo autore ha studiato l'ordinamento spaziale per coppie impegnate in diverse modalità di incontro: competitivo, cooperativo, di autonomia, di lavoro: la tendenza che è emersa è che le coppie in competizione tendono a sedersi frontalmente; coppie in rapporti di collaborazione si siedono invece fianco a fianco o il più delle volte in diagonale.
Lo studio dell'ambiente fisico in cui l'uomo vive ha mutuato termini e concetti dall'ornitologia. Infatti, il concetto di territorio indica l'area di difesa da parte di un animale o di un gruppo di animali contro le possibili intrusioni da parte di un predatore o da membri della stessa specie. Fanno parte del territorio la tana, il nido o in generale l'area entro la quale l'animale vive e si riproduce. Una zona ancora più ristretta circonda l'animale, la distanza che gli animali mantengono fra sè e gli altri membri della loro specie o di specie diverse. Per cui sono state determinate una distanza critica o distanza di fuga nei rapporti fra membri di specie diverse; una distanza personale e sociale nei rapporti con membri della stessa specie. Studi condotti sull'uomo, utilizzando questa griglia di concetti, hanno messo in evidenza che l'uso umano dello spazio è in stretta correlazione con fattori culturali, fattori socio-emozionali, e determinati persino dalla struttura intrinseca dell'ambiente stesso. Con il termine "territorio" Hediger (1955) indica un'area che viene difesa e personalizzata dal suo proprietario; il termine "spazio personale" indica la zona che circonda l'individuo sul quale si proietta la vasta gamma emozionale dell'io dell'individuo stesso. I territori di carattere collettivo sono costituiti, invece dall'unione di unità territoriali interconnesse fra loro; possono essere caratterizzate sia in senso formale (professionale) che informale (sociale), determinando luoghi fisici precisi quali casa, ufficio, quartiere, città.
Molto importanti, ancora, sono gli studi sui rapporti fra territorialità e caratteristiche di personalità: i risultati più significativi riguardano la dominanza e il bisogno di affiliazione. Si è scoperto che, tenendo in isolamento coppie di individui umani competitive e quindi incompatitibili, con un basso bisogno di affiliazione e di dominanza, esse presentano un elevato grado di comportamento territoriale, si creano cioè una specie di "bozzolo psicologico e spaziale", all'interno del quale si trovano a loro agio e non permettono ad altri di farne parte. Coppie di individui compatibili fra loro, cioè molto eterogenee, fra cui si può sviluppare un rapporto di complementarità, presentano un basso livello di territorialità. Altri studi sono stati condotti per analizzare il rapporto tra comportamento territoriale e rango occupato dall'individuo nella gerarchia del gruppo. Questi studi, condotti per lo più in ospedali psichiatrici, hanno messo in evidenza una gerarchia ben precisa di dominanza-sottomissione che dava la precedenza all'utilizzo e all'appropriazione degli spazi. Infatti, attraverso la registrazione dei diversi luoghi occupati da un paziente qualsiasi, delle attività svolte, delle posture assunte, delle persone con cui questi interagiva, dei tempi e delle durate delle interazioni, si può chiaramente definire la posizione dell'individuo studiato nella gerarchia del gruppo esistente. Le cause che ci spiegano perchè ogni individuo ricerca e si crea questo suo spazio personale sono ben evidenziate dal concetto di privacy: l'individuo ha bisogno di isolarsi dal turbinio delle relazioni interpersonali e in questo caso il comportamento territoriale ha valore strumentale per raggiungere l'autonomia personale attraverso il controllo di uno spazio.

Contatto fisico
Questo segnale, che costituisce la forma più ancestrale di azione sociale, è presente in tutti gli animali, compreso l'uomo. Interessa numerose parti del corpo e si realizza in forme diverse: dai contatti di aggressività, quali morsi, spinte, urti, ai segnali di amicizia che generalmente esprimono l'intenzione e il desiderio di instaurare un legame di tipo sessuale o amicale, o l'intenzione pacifica di interessamento e di sottomissione. Una caratteristica del contatto fisico è la sua varietà nelle diverse culture. In quasi tutte le culture è molto utilizzato all'interno del nucleo familiare, fra moglie e marito, fra genitori e figli. In questo caso, però, esistono delle rigide restrizioni che stabiliscono quali parti del corpo possono essere toccate e da parte di chi può essere effettuato questo tipo di contatto. Nella cultura occidentale toccare un estraneo, a meno che il contatto non avvenga casualmente, è una regola che difficilmente viene infranta. Fanno eccezione le situazioni di saluto, di presentazione e di congedo. In culture come quelle giapponese e inglese le restrizioni sono molto rigide ed è estremamente insolito che questo divieto venga infranto. Mentre nelle culture africana e araba il contatto fisico viene usato in un numero svariato di situazioni e circostanze. Eibl-Eibesfeldt ha rilevato che alcuni popoli indiani, in segno di saluto, strofinano le labbra sulla guancia del partner con movimenti laterali del capo, oppure esibiscono un altro contatto fisico amichevole che consiste nella confricazione nasale (punta del naso contro punta del naso). Questo tipo di segnale si ritrova anche in altri popoli. Altri tipi di contatto fisico amichevoli sono saluti quali: l'abbraccio, la carezza, il bacio e alcune forme di palpeggiamento di varie parti del corpo, quest'ultimo prodotto con chiara intenzione sessuale. La stretta di mano può essere inserita nella categoria del contatto fisico, ma come comportamento esibito in situazioni formali. La mano, infatti, è la parte del corpo umano che può esprimere una gamma molto svariata di significati: la stretta può essere più o meno prolungata, la carezza può essere innocente o audace, può trasmettere sostegno o conforto, può guidare, può dare pacche sulle spalle come incoraggiamento, può dare pizzicotti, anche questi interpretabili a seconda del partner con cui si svolge l'interazione e a seconda del contesto in cui essa avviene. Alcuni studiosi sostengono che il contatto fisico deriva dal bisogno infantile di cercare protezione e sicurezza presso la madre o i congeneri in situazioni che provocano nel soggetto paura o angoscia: in questi casi, infatti il contatto con la madre ha carattere rassicurante.

Vicinanza-Distanza
Ogni individuo occupa un suo spazio personale che è considerato come una zona cuscinetto o di difesa del singolo e che gli altri individui non possono invadere senza provocare disagio nell'altro. Si può considerare quest'area cuscinetto come una bolla o una sfera protettiva che un organismo mantiene fra sè e gli altri. Per cui la distanza che le persone mantengono fra di loro, nei loro rapporti interpersonali, è un segnale non-verbale che indica vicinanza/distanza o prossimità. Il modo con cui gli individui si rapportano in base a questo segnale non verbale segue delle regole ben precise che variano in rapporto alla situazione, al tipo di relazione instaurata con il partner o più partners (intima o formale), all'ambiente sociale e alla cultura del gruppo di appartenenza. Per cui si può dire che la distanza che un individuo adotta nei confronti di un'altra persona è proporzionale al rapporto o ai legami esistenti fra i due partecipanti all'interazione. Numerosi studi sperimentali hanno messo in evidenza che l'individuo tende a stare più vicino alle persone che ama, gli amici o gli intimi e alle persone timide e riservate piuttosto che vicino a persone ostili. Le differenze culturali per l'utilizzo di questo segnale non-verbale sono numerose. La distanza mantenuta dalle persone durante una conversazione è molto più ridotta nelle popolazione dell'Europa del sud che negli Stati Uniti o nell'Europa del nord. Esistono anche delle notevoli differenze individuali. Le persone disadattate, con disturbi del comportamento, preferiscono mantenersi più lontani spazialmente nei loro rapporti interpersonali. La distanza prossemica è regolata anche da un altro fattore molto importante: le relazioni gerarchiche che si sono stabilite nel gruppo.

Orientamento
Questo segnale si riferisce al modo in cui gli individui si posizionano nello spazio, in piedi o seduti, l'uno di fronte all'altro. Esso è un importante elemento di comunicazione degli atteggiamenti interpersonali. Due sono le principali posture di orientazione che gli individui possono assumere nel corso di una interazione comunicativa: quella "faccia a faccia" e l' "uno di fronte all'altro". Questo segnale indica i rapporti di collaborazione, intimità e gerarchia (superiorità-inferiorità) che possono stabilirsi fra due persone interagenti. Due amici intimi o due persone in situazione collaborativa, assumono una posizione fianco a fianco. In una relazione fra un superiore e un dipendente invece, il superiore si collocherà di fronte al dipendente inferiore. Inoltre si possono dedurre informazioni sui ruoli occupati da ogni persona in base alle reciproche orientazioni assunte dai membri di un gruppo. Una persona collocata più in alto rispetto ad un'altra (perchè più alta o perchè posta su un palco) assumerebbe una posizione di dominanza. Alcuni studiosi fanno risalire questo fenomeno all'infanzia e alla posizione dominante che hanno i genitori rispetto ai figli in virtù della loro altezza. Inoltre per convenzione culturale, le persone gerarchicamente superiori restano sedute mentre le altre stanno in piedi. Anche per l'orientazione esistono delle variazioni interculturali: gli Arabi prediligono la posizione faccia a faccia; gli Svedesi evitano la posizione a 90 gradi.

Postura
Questo segnale non-verbale è involontario e difficilmente controllabile coscientemente. Si può dire che ogni cultura ha elaborato diversi modi possibili di stare distesi, seduti o in piedi. Esistono vari tipi di postura anche se alcune, come inginocchiarsi, avvengono di rado e solo in particolari momenti (chiedere in sposa una persona), o in particolari luoghi (di solito i luoghi del culto religioso). Hewes (1955) ha messo in relazione i cambiamenti di postura con il ruolo e l'atteggiamento interpersonale in rapporto alla variabile culturale: si riscontrano, per esempio, variazioni tra le posture dell'uomo e della donna. Questo autore però non ha tenuto in considerazione la variabile situazione, mentre altri studi hanno messo in evidenza una stretta dipendenza della postura dal contesto sociale. All'interno di alcuni contesti specifici, infatti, regole precise governano le posture che devono essere assunte, cioè definiscono quali posture sono corrette e quali invece devono essere bandite dal comportamento individuale. Goffmann (1961) studiò le regole posturali esibite dallo staff del personale ospedaliero di un ospedale psichiatrico: i membri di status più elevato esibivano comportamenti meno rigidi e una gamma di posture più ampia rispetto ai membri di status inferiore, cioè per loro le regole erano meno ristrette, anzi flessibili. Esistono posture dominanti-superiori e inferiori-sottomesse: il portamento eretto, la testa reclinata all'indietro e le mani posate sui fianchi possono segnalare il desiderio di dominare. Chi occupa uno status elevato, solitamente siede eretto in posizione centrale di fronte agli altri. Poi vi sono le posture convenzionali che bisogna assumere per le varie situazioni pubbliche. La postura è influenzata notevolmente dallo stato emotivo del soggetto che la esibisce, soprattutto lungo la dimensione rilassamento-tensione. A questo proposito gli studi di Mehrabian (1971) sono particolarmenti utili; quelli di Ekman e Friesen (1969) mettono in evidenza che la postura è meno controllabile coscientemente del volto o del tono della voce e può svelare sentimenti nascosti. Sempre Mehrabian ha studiato la comunicazione di atteggiamenti (valutazione e gradimento) in rapporto allo status sociale (potenza e controllo sociale) attraverso le esibizioni posturali. Questo Autore ha osservato che la prossimità fisica, accompagnata da un più intenso contatto visivo, da una inclinazione in avanti di tutto il busto sono tutti segnali che hanno come scopo il veicolare la propria disponibilità in senso positivo verso l'interlocutore. Il "rilassamento posturale" implica invece una posizione asimmetrica degli arti, l'inclinazione obliqua e reclinata, rilassamento delle mani e del collo. Questo rilassamento può essere messo in relazione con differenze di status sociale fra segnalatore e destinatario: se il ricevente è di status inferiore, il segnalatore sarà più rilassato, al contrario quest'ultimo sarà teso e ansioso se il ricevente è di status superiore. Questo Autore ha inoltre correlato il grado di accettazione relativo al ricevente (gradito-sgradito) e lo status del ricevente con il sesso degli interlocutori, dimostrando che i soggetti si mostrarono più rilassati con interlocutori di status inferiore e meno rilassati con quelli di status superiore; essi erano inoltre più rilassati di fronte a interlocutori di sesso femminile.
I segnali non-verbali analizzati fin qui, quali contatto fisico, vicinanza, orientazione, postura sono segnali spaziali e una loro integrazione e interazione porta a quell'insieme particolare che Kendon (1973) definisce "configurazione spaziale" che un soggetto assume in una interazione comunicativa.
Una cosa importante da sottolineare, per quanto riguarda il segnale vicinanza-distanza, è il diverso utilizzo dei sensi da parte degli interagenti in un processo comunicativo: a distanza intima calore, odorato e tatto possono trasmettere informazioni; ad una distanza maggiore i sensi più usati sono la vista e l'udito e la loro efficacia diminuisce man mano che la fonte di informazioni si allontana; in queste situazioni si ha una netta prevalenza dei segnali verbali vocali, mentre si indebolisce la trasmissione di informazioni attraverso il canale non verbale.

I movimenti del corpo
Dei movimenti del corpo fanno parte tutti quei segnali che si riferiscono alla gestualità. Il tipo di approccio che hanno adottato Ekman e Friesen (1972) è stato quello di considerare l'espressione del volto, i movimenti del volto, delle mani e degli arti come elementi che fanno parte della più grande categoria del comportamento motorio. Questo metodo di indagine considera il movimento, cioè il comportamento motorio di un individuo, nel suo aspetto globale, anche se per comodità di analisi possono essere distinti movimenti parziali e gesti frazionati, che impegnano solo alcune parti del corpo quali appunto i gesti delle mani e i cenni del capo.

Gesti


Le mani sono le parti del corpo che possono produrre messaggi molto complessi e molto espressivi, considerando i gesti che si possono compiere attraverso esse e la manipolazione degli oggetti fatta con intenzioni comunicative. A questo proposito è utile ricordare la classificazione compiuta da Ekman e Friesen (1969; 1972) riguardo i segnali non verbali, che pur riferendosi ai movimenti di tutte le parti del corpo, definiscono in modo netto i gesti delle mani. Questi autori definiscono alcuni segnali "emblematici" (emblems), cioè segnali emessi intenzionalmente con significato specifico che può essere direttamente tradotto in parole e addirittura ripetere e sostituire il contenuto della comunicazione verbale. Tipici gesti emblematici sono: l'atto di scuotere la mano in segno di saluto; il chiamare attraverso cenni con le mani; l'atto di indicare. Questi segnali possono anche essere utilizzati quando la comunicazione verbale è ostacolata o per evidenziare i fenomeni ritualizzati dello scambio verbale, come i saluti e i congedi. I gesti "illustratori" (illustrators) sono invece rappresentati da tutti quei movimenti fatti con le mani che normalmente vengono realizzati nel corso della comunicazione verbale. Il loro scopo principale è quello di illustrare appunto ciò che si va dicendo. Alcuni di questi segnali scandiscono le parti successive del discorso e potrebbero essere considerati come un sistema di punteggiatura non verbale del parlato; altri ampliano e completano il contenuto della comunicazione indicando relazioni spaziali, delineando forme di oggetti o evidenziando movimenti particolari o altro ancora. Tutti questi segnali sono emessi consapevolmente e in alcuni casi con deliberato intento del parlante di sottolineare alcuni aspetti particolari del suo eloquio; variano in rapporto all'estrazione etnica e culturale dell'individuo che li emette. Altri segnali sono degli "indicatori dello stato emotivo" del parlante che li produce (affect display), nonostante la principale fonte di indicazioni riguardo gli stati emotivi del parlante sia il volto. Infatti l'ansia e la tensione producono mutamenti riconoscibili nei movimenti di un individuo: per esempio, un gesto tipico di questa categoria di segnali è rappresentato dall'atto di scuotere i pugni. Un'altra categoria di segnali è utilizzata da chi parla e da chi ascolta per regolare la sincronizzazione degli interventi nel dialogo: sono questi i segnali "regolatori" (regulators) che tendono a controllare il flusso della conversazione e che possono inoltre indicare a chi parla se l'ascoltatore è interessato o meno a quanto sta dicendo, se desidera parlare, o interrompere la comunicazione. In questo caso, oltre ai segnali emessi con le mani possono essere utilizzati cenni del capo, inarcamento delle sopracciglia, mutamenti nella posizione, ecc. Esistono inoltre gesti non intenzionali che le persone usano sistematicamente: sono i gesti di "adattamento" (adaptors) che rappresentano un modo di soddisfare e controllare bisogni, motivazioni ed emozioni che riguardano le situazioni in cui l'individuo si trova; appresi durante l'infanzia come parte di un globale modello di comportamento adattativo, essi rappresentano, nell'adulto, segnali abituali emessi inconsapevolmente, e senza il fine di veicolare un messaggio specifico. Ekman e Friesen distinguono tre sottocatogorie per i segnali di adattamento: i gesti "auto-adattivi" (self-adaptors), cioè tutti i movimenti di manipolazione del proprio corpo che gli individui realizzano nel corso dell'interazione; i gesti di "adattamento centrati sull'altro" (alter-adaptors) e i gesti di "adattamento diretti su oggetti " (object-adaptors). Le cinque categorie di gesti, individuate dagli Autori, non hanno carattere di esclusività, in quanto un gesto non rientra necessariamente in una sola categoria, ma può collocarsi in più di una di esse.
Rosenfeld (1966), a proposito del comportamento gestuale, lo suddivide in due categorie: gesticolazione vera e propria e manipolazione di sè. Appartengono alla prima categoria i gesti delle braccia, della mani e delle dita che muovendosi, non entrano in contatto con le altre parti del corpo. Durante un'interazione tali gesti sembrano indicare una forma positiva di attenzione e di coinvolgimento; infatti Rosenfeld ritiene che vengano esibiti dagli individui che cercano l'approvazione e il consenso dell'interlocutore. Nell'altra categoria di gesti rientrano tutti i movimenti che implicano spostamenti di alcune parti del corpo in contatto con altre parti: per esempio grattarsi o battersi su una gamba o su un braccio. Secondo Rosenfeld tali gesti possono indicare imbarazzo e sono caratteristici di coloro che evitano l'approvazione dell'interlocutore.
Freedman e Hoffman (1967) distinguono i gesti in base al fatto che essi siano o meno orientati sul corpo dell'individuo o che siano correlati con la comunicazione verbale. Essi suddividono infatti i gesti in "movimenti centrati su un oggetto e correlati al discorso" dai "movimenti centrati sul corpo e non correlati al discorso". I primi, che sono in stretta dipendenza col discorso, funzionano come modificatori del processo di comunicazione verbale e secondo gli Autori il grado di integrazione fra essi e la comunicazione riflette il grado di organizzazione del pensiero dell'individuo che li produce. Il secondo gruppo di gesti, non correlati al discorso, sono gesti che rispondono a processi interni, fisici o psicologici e probabilmente la loro funzione è quella di modificare l'esperienza sensoriale in quanto sono in grado di influenzare lo stato di tensione del corpo, diminuendola o intensificandola.
Mahl (1968) suddivide i movimenti delle mani in due categorie principali: "gesti comunicativi" e "gesti autistici". I primi, in diretta relazione con l'eloquio, sono considerati come sostituti di espressioni verbali che hanno lo stesso significato per tutti gli individui che partecipano all'interazione (battere con il pugno sul tavolo, indicare con le dita). Gli altri sono invece gesti spontanei, privi di valenze comunicative, che non possono sostituire espressioni verbali (grattarsi, manipolare parti del proprio corpo o il proprio abito, giocherellare con collane, anelli).
Argyle (1975) individua cinque tipi di segnali non verbali inerenti ai gesti: gesti di illustrazione e altri segnali legati all'eloquio; segni convenzionali; movimenti che esprimono stati emotivi; movimenti che esprimono il carattere; movimenti usati nei rituali. Del primo gruppo fanno parte tutti quei gesti che sostengono la comunicazione verbale, definendone il ritmo, fornendo enfasi al parlato, trasmettendo ulteriori informazioni e illustrando figurativamente quanto viene detto; questi gesti permettono inoltre all'ascoltarore di inviare informazioni di ritorno a colui che parla attraverso un feed-back, di segnalare il grado di attenzione e di sincronizzare il dialogo. I gesti convenzionali sono quelli che possiedono un significato universalmente accettato all'interno di un gruppo sociale, aventi o meno traducibilità diretta in espressioni verbali. Alcune culture utilizzano linguaggi basati su segni convenzionali come gli Indiani d'America, gli Aborigeni d'Australia o categorie di persone colpite da deficit sensoriali come i sordomuti.
I gesti che esprimono stati emotivi non hanno lo scopo specifico di comunicare con gli altri, anzi si tratta di gesti rivolti per lo più a se stessi ed eseguiti in privato e repressi in situazioni pubbliche. I gesti che esprimono il carattere, rappresentano lo stile espressivo generale di una persona che contraddistingue l'individuo, che, pur variando le situazioni e gli stati d'animo, si mantiene globalmente inalterato. Infine Argyle parla dei gesti usati nell'ambito di riti religiosi, di cerimonie, di rappresentazioni drammatiche che possono diventare dei veri e propri segnali convenzionali, per effetto traslato, in altre situazioni di interazione.
I cenni del capo, pur se apparentemente trascurabili, sono molto importanti in quanto indicatori necessari al procedere dell'interazione. Un cenno del capo, fatto da chi ascolta è percepito dal parlante come assenso e partecipazione a ciò che sta dicendo; ha funzione di rinforzo, nel senso di una conferma che viene dall'ascoltatore rispetto a ciò che sta dicendo il parlante. Inoltre, svolge un ruolo importante nel controllo della sincronizzazione del discorso fra due interlocutori. Secondo Argyle, in Inglitterra, un cenno del capo da parte di chi ascolta indica assenso; una rapida successione di cenni del capo indica che chi ascolta vuole prendere la parola.

L'espressione del volto


Certamente il viso è la principale area della comunicazione non verbale sia umana che animale. Il bisogno di vedere in faccia il nostro interlocutore indica l'importanza di questa parte del corpo nel veicolare messaggi. L'espressione del volto è una macro categoria che comprende: mutamenti nella posizione degli occhi, della bocca, delle sopracciglia, dei muscoli facciali, della sudorazione frontale. Infatti, l'espressione del volto muta col mutare della posizione degli occhi, del naso, della bocca, delle sopracciglia, dei movimenti dei muscoli facciali. Tale segnale è usato per comunicare atteggiamenti ed emozioni e si adopera anche in stetta combinazione con il linguaggio verbale, in entrambi gli interlocutori. Il parlante accompagna il suo eloquio con alcune espressioni facciali che servono a interpretare, inquadrare, modificare, e attribuire valore a ciò che sta dicendo. L'ascoltatore esprime le sue reazioni a ciò che gli viene detto con piccoli movimenti delle sopracciglia, delle labbra, della fronte, che indicano l'atteggiamento (positivo o negativo) verso quello che il suo interlocutore sta dicendo: si possono manifestare accordo o disaccordo e una gamma molto varia di emozioni che vanno dalla sorpresa all'incredulità, dolore, indifferenza, soddisfazione, gioia, paura, ecc. Ekman e Friesen ritengono che il viso è la parte più espressiva del corpo umano e mediante esso noi esprimiamo tutta la gamma di emozioni umane. Questi Autori definiscono "ostentatori di affetti" i segnali non verbali che esprimono uno stato emotivo, ed hanno individuato almeno 4 principali regole di ostentazione:
1. de-intensificare l'indizio visivo di una certa emozione: per esempio, mostrare un leggero spavento mentre si prova una paura terribile;
2. aumentare l'intensità: è l'azione opposta alla precedente, cioè avere una paura moderata e simularla enorme;
3. sembrare indifferente: mostrare una espressione neutra mentre si prova una emozione;
4. Mascherare l'emozione provata: aver paura e ostentare sicurezza, dissimulare quindi l'emozione che si prova realmente fingendone un'altra che in realtà non si prova. Inoltre, sempre secondo Ekman e Friesen, esistono precise norme sociali, che sono generalmente frutto dell'apprendimento avvenuto durante l'infanzia, che regolano l'ostentazione delle emozioni. Queste norme, dette display rules, variano da cultura a cultura e col variare del contesto sociale in cui avviene l'interazione comunicativa.

Numerosi sono i problemi che pone la ricerca di una metodologia idonea allo studio delle espressioni del volto. I ricercatori si sono serviti, per le indagini sulle espressioni del volto, prevalentemente di fotografie, per molte delle quali hanno posato attori. In altri casi le fotografie sono state scattate in situazioni di vita reale o di laboratorio. Il più grosso limite che pone l'uso delle fotografie in questo ambito di ricerca è quello di presentare, a colui che deve giudicare di quale espressione si tratti, una sola espressione statica, mentra nella realtà si ha un flusso continuo di espressioni che mutano sul nostro volto molto velocemente. I limiti e l'artificiosità di queste tecniche sono stati superati adottando brevi filmati e dall'osservazione delle emozioni in situazioni di vita reale.
Darwin (1872), nel suo libro "The Expression of the Emotions in Man and Animals", fu il primo a proporsi di verificare, in via sperimentale la sua teoria sull'evoluzione attraverso le emozioni. Attualmente molte ricerche tentano di identificare le espressioni particolari del volto associate alle emozioni. Darwin sosteneva che l'origine delle espressioni del volto è in stretta connessione con le risposte che l'organismo dà in situazioni particolari. Ekman e Friesen sono concordi con Darwin nell'ammettere l'esistenza di movimenti di muscoli facciali tipici per ciascuno stato emozionale primario. Si tratterebbe di movimenti innati, cioè non appresi, trasmissibili per via ereditaria. Anche se, secondo questi due Autori, gli stimoli scatenanti le emozioni, le regole di ostentazione e le conseguenze comportamentali possono variare notevolmente. Nonostante le differenze metodologiche, teoriche, ambientali, socio-culturali in cui le ricerche sono state condotte, si possono individuare sette emozioni primarie: felicità, sorpresa, paura, tristezza, collera, disgusto, interesse (Woodworth, 1938). Un altro problema che riguarda l'espressione delle emozioni è quello inerente al fatto se le emozioni sono espresse in tutte le culture con gli stessi movimenti del volto, in poche parole l'espressione delle emozioni è universale oppure differente da cultura a cultura? Accanto a questo problema ne esiste un altro: eventuali differenze intraculturali nell'interpretazione delle emozioni e delle caratteristiche generali interculturali della percezione delle emozioni. Esperimenti condotti da Ekman e collaboratori hanno sottoposto una serie di foto a un gruppo di studenti di un college americano e ad un altro gruppo di studenti dell'Università Nazionale di Brasilia; compito di questi giudici era quello di associare ogni foto ad un elenco di 8 stati d'animo che veniva fornito con le consegne. Nel maggior numero dei casi gli stessi stati d'animo furono associati alle stesse espressioni del volto indicato dalle foto. In questo modo si pervenne ad ammettere, con una certa cautela, l'esistenza di somiglianze interculturali nei movimenti dei muscoli facciali, che esprimono le emozioni primarie. Si contestò infatti che gli studenti avevano si diversi retroterra culturali, ma appartenevano sostanzialmente alla stessa civiltà fondata sui mass-media per la trasmissione dei valori culturali. Per questo motivo furono scelti nuovi campioni di popolazione. Un gruppo di individui della Nuova Guinea, alcuni alfabetizzati, altri no. I soggetti riconoscevano le espressioni del volto associandole nella maggior parte dei casi alle stesse emozioni.

Lo sguardo
Lo sguardo svolge un ruolo molto importante nel comunicare atteggiamenti interpersonali e per instaurare relazioni di diverso tipo. La terminologia usata per questo segnale non verbale varia notevolmente: Cook (1971) parla di "direzione dello sguardo"; Argyle (1972) di "movimenti degli occhi" fra cui distingue "lo sguardo" (durante l'interazione il soggetto A guarda il soggetto B nella regione degli occhi in maniera intermittente e per brevi periodi) dal "contatto visivo" (quando entrambi gli interlocutori si guardano nella regione degli occhi). Lo sguardo è una parte fondamentale dell'espressione globale del volto ed è molto espressivo. Il bisogno di guardare il nostro interlocutore negli occhi indica quanto lo sguardo sia importante nella trasmissione di messaggi. E' proprio per questo motivo che gli occhi sono la parte del nostro corpo che viene guardata di più durante le interazioni.
Molteplici sono le funzioni dell'interazione visiva: lo sguardo svolge un ruolo importante nel comunicare atteggiamenti interpersonali e nell'instaurare rapporti; è strettamente connesso con la comunicazione verbale, durante la quale ci aiuta a captare informazioni relative alle reazioni del nostro interlocutore; inoltre alcune modalità di interazione visiva sono utilizzate per regolare la sincronizzazione del dialogo; ecc.
Le ricerche che si sono attuate sui modelli di interazione visiva hanno tenuto conto soprattutto della relazione esistente fra sguardo e atteggiamento interpersonale comunicato (interesse, preferenza, dominanza). Alcuni studiosi hanno ipotizzato che l'ascoltatore che non guarda dà l'impressione di rifiuto o di indifferenza verso il comunicante; e colui che guarda troppo, restando in silenzio, dà l'impressione di essere una persona strana, deviante. Questi studi hanno dimostrato sperimentalmente che i soggetti guardano di più le persone che sono di loro gradimento. Altri ricercatori hanno scoperto che, durante le interazioni, le persone più distanti sono guardate di più: aumentando la vicinanza fisica, diminuisce la comunicazione visiva. Forse ognuno di noi ha sperimentato che se si è guardati da un estraneo in un luogo pubblico per un periodo di breve durata, ci si sente lusingati e si ricambia lo sguardo. Le cose cambiano se l'estraneo continua a guardarci insistentemente: si avverte subito uno stato di disagio, di ansia, di sensazioni spiacevoli (Argyle, 1972). Lo sguardo è anche usato per avviare incontri, per salutare, per avvertire che si è capita un'idea espressa dal nostro interlocutore. Alcuni ricercatori hanno messo in evidenza che esiste una correlazione fra tratti della personalità e l'uso di questo segnale non verbale: le persone estroverse ne fanno un uso maggiore in frequenza e durata; gli introversi guardano invece molto poco e quasi mai direttamente. Sguardi più lunghi sono quasi sempre indice di un interesse vivace per l'altra persona, in senso affiliativo, sessuale, aggressivo e competitivo. Molto importante è il movimento delle sopracciglia correlato allo sguardo, che occorre solitamente per un periodo di tempo quasi impercettibile e che si ha di solito in situazioni di corteggiamento. Non a caso le donne usano colorarsi intensamente le palpebre.
Da quanto detto risulta chiaro che l'uomo ha sviluppato una notevole capacità nella comunicazione non verbale soprattutto in relazione allo sguardo: notevoli sono infatti le possibilità di sfumare i movimenti di palpebre, occhi, sopracciglia, di misurare l'irrigidimento e il ritmo dei movimenti con diverse funzioni comunicative.

L'espressione delle emozioni


Prima di chiudere questa breve rassegna sulla comunicazione non verbale, non si può fare a meno di presentare il contesto più largo in cui vengono studiate le espressioni, che è quello appunto delle emozioni.
Lo studio dell'emozione presenta numerosi problemi sia perchè è difficile definire il campo di indagine, sia per il particolare rilievo che i diversi presupposti teorici hanno sulle stesse modalità di studio (Canestrari, 1984). Secondo questo Autore, nella tradizione razionalista del XVII secolo, l'emozione era considerata un fattore di distorsione e di disturbo del comportamento razionale; per questo motivo era ritenuta priva di interesse scientifico. Poichè l'attività razionale era considerata la base dalla quale partire per spiegare le azioni umane, l'emozione perturbante assumeva anche la qualità di attributo spregevole (non razionale) dell'esistenza fisica. Si pensava di avere a che fare con una categoria di stati e di esperienze che venivano tranquillamente ritenute analoghe a quelle presenti negli animali sub-umani, poichè erano considerate un attributo connesso con la parte "animale" e irrazionale dell'essere umano: solitamente venivano classificate come elementi negativi e completamente estranei rispetto alla sfera propriamente umana. Nella stessa ottica si inserivano le affermazioni degli antichi pensatori i quali ritenevano che le emozioni (identificate solitamente con un Dio: la Furia, Cupido, Pan) gettassero l'uomo nel gorgo degli affetti e lo strappassero dal controllo della volontà razionale.
A questa visione negativa delle emozioni bisogna contrapporre quella, certamente rivoluzionaria, di Darwin, il quale considerò l'emozione, al pari del comportamento e della "vita mentale" degli animali, come un elemento di adattamento per la sopravvivenza della specie e perciò rientrante nella logica evoluzionistica. "L'emozione riacquistava così il significato di elemento portante del comportamento, in quanto lo codetermina e le sue espressioni, sia interne che comunicative, entrano a pieno titolo nel campo dello studio scientifico" (Canestrari, 1984). Un altro passo avanti nella rivalutazione delle emozioni e degli affetti lo compie Freud che le considera come elementi fondanti della struttura delle personalità dell'individuo. Per questo motivo, nella logica deterministica che la psicoanalisi condivide con la biologia, l'emozione, come vissuto affettivo e come impulso, diventa una chiave per aprire la porta chiusa della razionalità e penetrare nel profondo della psiche umana.
La ricerca sull'emozione, nell'indirizzo comportamentista, risulta metodologicamente più precisa e puntuale, anche se la grande mole di studi, basati sui presupposti skinneriani, porta di frequente a risultati che sono più utili a chiarire alcune azioni che l'emozione fa scatenare che non l'emozione in se stessa.
Un altro versante della ricerca è rappresentato dagli studi del substrato fisiologico dell'emozione, a livello del sistema nervoso e dell'interazione neuro-ormonale. Tali studi, che hanno condotto a risultati importanti, hanno tuttavia il difetto di considerare solo il lato fisiologico dell'espressione dell'emozione.
Da quanto detto precedentemente, risulta chiaro che sono numerose le strade che si stanno percorrendo per arrivare ad una visione esaustiva dello studio delle emozioni. Ognuna di queste aree di studio ha una propria coerenza concettuale, che ha consentito di sviluppare prospettive e teorie complesse ed articolate e di elaborare specifici metodi di indagine: quello psicoanalitico, basato sulla relazione terapeutica fra psicoanalista e paziente; quello evoluzionistico basato sull'osservazione etologica; e infine quello neurofisiologico basato sui metodi biologici

Contesto evoluzionistico delle emozioni
Il punto di partenza da cui si sviluppa questa area di studio è il libro di Darwin del 1872 "L'espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali". In esso i concetti dell'evoluzionismo vengono applicati non solo alle trasformazioni della strutttura corporea, ma anche al comportamento e alla "vita mentale" degli animali. L'intelligenza, la memoria e la capacità di ragionamento, come pure le emozioni espresse dagli uomini e dagli animali, hanno tutte una origine evoluzionistica, e rivestono una funzione essenziale ai fini della sopravvivenza. Gli affetti servono a comunicare informazioni fra un animale e un altro, fare previsioni sui possibili comportamenti di un altro membro della specie e ad esibire comportamenti appropriati alla situazione. Ai tempi della pubblicazione di questa opera numerosi furono i dissensi, forse perchè il tema non era considerato rilevante dal punto di vista scientifico: tale argomento era per lo più affrontato da romanzieri e da filosofi. Rileggendo il libro dopo più di cento anni, si rimane profondamente impressionati dalla sua attualità. Con la sua indagine, pazientemente costruita con l'ausilio di osservazioni, materiali illustrati, aneddoti riguardanti sia gli animali che i bambini, sia i popoli europei e i gruppi umani preletterati, Darwin anticipa di molti decenni i metodi adottati dall'etologia, la scienza che si occupa del comportamento dell'organismo nel suo ambiente ecologico, con l'obiettivo principale di mettere in evidenza l'espressione dell'emozione. Ad un secolo di distanza dalla pubblicazione dell' "Espressione dell'Emozione nell'Uomo e negli Animali", compare il libro di Paul Ekman "Emotion in Human Face", in cui le osservazioni di Darwin sull'espressione facciale delle emozioni vengono sviluppate e verificate attraverso ricerche sistematiche, che sono state riportate precedentemente. Il volto è il luogo privilegiato per studiare l'espressione delle emozioni; Ekman sostiene che la faccia ha "una funzione dominante (commanding)" per la sua visibilità e onnipresenza. A differenza dei suoni e del linguaggio che sono intermittenti, la faccia, persino durante il riposo, può essere una continua fonte di informazioni emotive, anche se le informazioni facciali non sono chiaramente sempre identificabili e per la loro complessità possono essere fonte di incertezza, confusione e ambiguità. Per esempio: fin dai primi giorni di vita e per tutto il periodo che precede la comparsa del linguaggio verbale, il viso del neonato fornisce continue informazioni alla madre, che possono essere fondamentali per la sua sopravvivenza. La funzione espressiva e comunicativa del volto ha infatti assunto, nella specie umana, una importanza crescente rispetto alle altre specie animali, anche se esistono altri indicatori dell'affettività come per esempio quelli vocali paralinguistici e posturali.
Uno dei problemi che si pongono i ricercatori di questa area di studio è: le risposte emozionali sono innate o hanno piuttosto un'origine culturale?
Due differenti gruppi di ricerca, guidati da Izard e da Ekman, hanno raccolto una enorme quantità di dati sia nelle culture europee che in quelle non europee, in quelle letterate e in quelle non letterate, per studiare il riconoscimento delle espressione delle emozioni in fotografia. Una grande concordanza si è avuta per alcune emozioni quali la gioia, la sorpresa, la rabbia, la paura, la tristezza e il disgusto; per l'interesse, la concordanza ottenuta sarebbe invece risultata inferiore. Questa concordanza in culture così diverse sembra confermare la base universale non solo per l'espressione delle emozioni, ma anche per il loro riconoscimento. Sicuramente l'espressione delle emozioni, per lo meno delle espressioni di base, è parte della nostra eredità biologica: gli individui della nostra specie nascono preadattati per esprimere e per riconoscere tali emozioni. Ekman comunque distingue tra universalità delle espressioni facciali delle emozioni fondamentali e regole di esibizione delle stesse che sono culturalmente e socialmente determinate.

Contesto neurofisiologico delle emozioni
Studi recenti sull'evoluzione filogenetica dei primati mettono in evidenza che le emozioni fondamentali facciano parte del patrimonio genetico e che i meccanismi di base siano inscritti nel Sistema Nervoso Centrale, come schemi senso-motori preformati e autonomi.
Per quanto riguarda le teorie neurofisiologiche si può fare una prima distinzione fra quelle periferiche e quelle centrali. Per le prime, fondamentale è stato il contributo di James ( citato da Dazzi, 1978) che ha ipotizzato che la percezione delle risposte viscerali (variazioni del battito cardiaco, della pressione, vasodilatazione cutanea, ecc.) giochi un ruolo decisivo nell'esperienza delle emozioni. In base a questo schema, una situazione emotiva suscita una risposta vegetativa ed espressivo-motoria, che una volta percepita, genera a livello soggettivo un'esperienza emozionale. Al contrario, la posizione di Cannon (1927), pur riconoscendo l'importanza dell'attivazione del Sistema Nervoso Autonomo, non sostiene che ogni emozione abbia un pattern caratteristico di attivazione (posizione di James): si tratterebbe piuttosto di differenze quantitative dell'attivazione automatica. In ogni caso le modificazioni viscerali, sempre secondo quanto sostiene Cannon, non sarebbereo rilevanti ai fini dell'esperienza emotiva, ma servono a preparare l'organismo ad affrontare la risposta emozionale.
Le teorie centrali individuano il generatore dell'esperienza emozionale a livello di zone del Sistema Nervoso Centrale. Gli studiosi di questo indirizzo hanno contribuito alla definizione del sistema limbico, ossia un gruppo eterogeneo ma gerarchizzato di strutture neurali, ricche di connessioni reciproche, che permettono una grande diffusione di messaggi. Fra queste strutture, l'ipotalamo avrebbe un ruolo decisivo, mentre altre componenti avrebbero solo una funzione di modulazione e di controllo. Secondo questa visione il cervello è il substrato che coordina le complesse catene di comportamenti, chiamate emozioni.

Ontogenesi delle emozioni
Fu Watson nel 1924 ad identificare tre stati emotivi presenti nell'epoca neonatale: la paura, espressa col pianto, con la distorsione dei lineamenti del viso, tremore, arresto del respiro, mani serrate a pugno, in seguito a stimoli come la caduta di un oggetto o del bambino stesso o un rumore improvviso; l'ira, espressa con grida, arresto del respiro, rossore, movimenti convulsi delle mani, che si manifesta quando il bambino viene tenuto immobilizzato o viene contrariato; l'amore, che è in genere un atteggiamento sereno che si manifesta se gli si accarezzano le labbra o altre zone erogene. La ricerca di Watson era però inficiata da un grave difetto metodologico: lo sperimentatore, conoscendo lo stimolo, poteva prevedere il tipo di reazione emotiva con il rischio di proiettare sul bambino le sensazione che lui stesso avrebbe provato se si fosse trovato al posto del bambino. Per superare questa difficoltà, Sherman nel 1927 utilizzò gli stessi stimoli. Ma, invece di valutare direttamente le reazioni emotive, riprese con la cinepresa solo il volto del bambino e non lo stimolo che produceva l'emozione, in modo tale che gli osservatori non fossero influenzati dallo stimolo stesso e giudicassero le espressioni del bambino solo dai comportamenti esibiti. Risultato: gli osservatori non riuscirono a identificare le espressioni del bambino e Sherman concluse che nel neonato in realtà esiste solo un'unica reazione emotiva da lui definita in modo generico "eccitazione generale"; tutte le emozioni che vengono attribuite al bambino sono in realtà, secondo la visione di questo ricercatore, una proiezione delle emozioni che in quella stessa situazione proverebbe un adulto.
La prima ricercatrice a studiare la differenziazione dei diversi stati emotivi a partire dallo stato emotivo iniziale indifferenziato è stata la Bridges (1932). Questa differenziazione è stata da lei interpretata da una parte come effetto della maturazione delle strutture nervose (con conseguente migliore e più fine coordinazione delle risposte motorie e funzionali dell'intero organismo) e dall'altra come effetto dell'apprendimento. Secondo questa Autrice, quasi tutti gli schemi di comportamento emotivo ritrovati nell'adulto sono presenti nel bambino all'età di due anni. Col progredire degli anni si manifesterà nel bambino una modificazione sia del tipo, oltre che del numero di oggetti o situazioni capaci di suscitare emozioni. Spitz e Wolff (1946) hanno infatti fornito un esame degli oggetti capaci di suscitare la reazione di paura ad età differenti e hanno teorizzato che la principale fonte di angoscia nel bambino si rileva quando si trova in presenza di un volto estraneo. Jersild e Holmes (1935) hanno scoperto che con l'età cresce la paura per gli animali e per le minacce, diminuisce invece quella per i rumori e gli stimoli insoliti. Il comportamento emotivo, con particolare riferimento alla paura, è stato oggetto di studi approfonditi da parte di Hebb (1946). Scopo di questo ricercatore era quello di catalogare le differenti risposte emotive nei piccoli scimpanzè e gli oggetti e le situazioni che le scatenavano. L'Autore ha concluso che la paura può essere provocata dalla violazione di qualche aspettativa oppure quando l'animale si trova in uno stato di incertezza. A partire dal modello di Hebb, è possibile costruire un quadro teorico più ampio di quello, ristretto e fondato esclusivamente sul condizionamento, fornitoci da Watson. Lo sviluppo emotivo non è solo più la conseguenza di associazioni arbitrarie (che possono esistere come cause del comportamento emotivo, ma non sono le sole) ma comprende anche fra i suoi fattori anche i processi cognitivi e percettivi e fa parte integrante dello sviluppo psichico globale dell'individuo. Il fatto che uno stimolo che in una certa fase dello sviluppo non susciti alcuna reazione emotiva, ma diventi pregnante in una fase successiva, è probabilmente dovuto al cambiamento del modo col quale viene percepito, decifrato e classificato da parte del bambino. Questo fenomeno può anche non essere dovuto ad una necessaria associazione casuale con uno stimolo incondizionato che scatena le risposte emotive. Si era già detto che la Bridges ha osservato che all'età di due anni circa sono presenti, nei bambini, la maggior parte degli schemi comportamentali emotivi che costituiscono la gamma espressiva che si ritrova nei soggetti adulti. L'Autrice ha inoltre evidenziato un fatto molto importante: nei bambini allevati in ambienti normalmente stimolanti lo sviluppo delle emozioni, evidenziabile attraverso il comportamento esibito dai bambini stessi, segue un ordine preciso, dal quale si può dedurre che certe configurazioni stimolanti sono attive solo ad una certa fase dello sviluppo e di maturazione (fisiologica e cognitiva) dell'individuo e non prima. Secondo questa ricercatrice, infatti, solo a partire da una certa emozione se ne può sviluppare una successiva e non viceversa, e alla risposta comportamentale corrisponde una soggettività via via più ricca, diversificata e qualitativamente nuova. Si passerebbe in questo modo dall'eccitazione generalizzata (esistenza della semplice alternativa di presenza o assenza di una reazione emotiva di carattere globale e per pochi stimoli chiave) ad una suddivisione delle emozioni che è un indice dell'emergenza di una nuova complessità strutturale. Resta implicito che non si deve ritenere che un aumento delle capacità complessive di un comportamento più strutturato sia completamente indipendente dall'apprendimento o estranea ai condizionamenti ambientali.
Possiamo a questo punto tentare una analisi del processo di maturazione e di comparsa delle emozioni in rapporto alla coscienza. Le emozioni primarie sembrano avere caratteristiche di universalità, favoriscono la unitarietà dell'esperienza conscia e contribuiscono alla stabilizzazione del senso di sè e delle interazioni fra sè e l'ambiente. Gli aspetti cognitivi di una emozione variano con l'età, l'esperienza e il contesto: in altre parole avviene un cambiamento nella qualità e nella complessità della vita emotiva che va di pari passo con la crescita cognitiva.
Se infatti nel neonato l'esperienza conscia è dapprima dominata da eventi globali, semplici e di carattere affettivo sensoriale, nelle fasi successive dello sviluppo, si focalizza sempre di più spostandosi dal livello affettivo-percettivo ad un livello che potremmo chiamare affettivo-cognitivo.
Nelle prime settimane di vita il bambino ha una consapevolezza limitata e riguardante per lo più i cambiamenti degli stimoli interni ed esterni, con una componente emotiva modesta, se non del tutto inesistente. Le prime interazioni che il bambino esibisce con le persone e gli oggetti dell'ambiente esterno sono basate più sui processi che determinano i suoi processi interni che su una loro reale percezione da parte del bambino. Infatti sono proprio i bisogni interni a determinare le espressioni emotive e a stabilire il primo rapporto di comunicazione madre-bambino. A questo livello evolutivo, la tristezza è l'emozione negativa più frequentemente esperita: uno stato di disagio può produrre dati sensoriali che, attraverso il dolore fisico, stabiliscono una interazione dolore-tristezza, che domina la coscienza del bambino. Il grido di dolore, che serve ad allarmare il care-taker, non solo è essenziale per la sopravvivenza, ma forma anche una base per esperire la prima esperienza dell'esistenza. Di solito la manifestazione espressiva del dolore è seguita dall'assistenza da parte del care-taker e nel sollievo conseguente nel bambino. Queste esperienze servono a far nascere nel bambino una capacità crescente di discriminazione fra il sè e l'altro da sè. Il secondo livello di coscienza emozionale si innesta sugli schemi già consolidati del livello sensoriale, ma è complicato dall'emergere di altre emozioni. A cominciare dal terzo mese di vita del bambino, l'attenzione del bambino si dirige verso aspetti percettivi che provengono sia dalle persone che si prendono cura di lui sia dagli oggetti dell'ambiente in cui il bambino è inserito. Questo cambiamento è evidenziato dalla comparsa di una trama comportamentale importante per lo sviluppo: il sorriso. già un po' prima dei tre mesi, infatti, il bambino piccolo comincia a sorridere in risposta a qualsiasi configurazione percettiva simile ad un volto e tende ad orientarsi e a spingersi verso di essa. Il sorriso individua un'esperienza positiva particolare, il rapporto con un altro essere umano e la differenzia da altri eventi positivi: in questa fase si pensa infatti che il bambino compia una prima rudimentale distinzione fra l'interazione col mondo delle cose e quella col mondo delle persone, e soprattutto, si ha la prova dell'esistenza di una esperienza positiva del bambino indipendente da uno stato interno del bambino stesso, ma in funzione delle qualità del mondo esterno da lui percepite. Il sorriso del bambino inoltre genera nelle persone che si prendono cura di lui, esperienze emozionali di gioia, favorendo in tal modo l'estensione della consapevolezza di sè come agente causale del comportamento.